Ideologia

L’ideologia della Liberazione della Donna viene annunciata l’8 marzo 1998 da Abdullah Ocalan, leader del moivmento curdo, imprigionato in isolamento ad Imrali dal 1999.


All’interno del nostro partito, sia in Kurdistan che in Medio Oriente, oltre a mettere il socialismo all’ordine del gionro, l’ideologia della liberazione della donna sta diventando una forza che reclama nuove iniziative per le lotte socialiste; questo è di grande importanza […]
Questa non è solo un’ideologia che ha a che fare con la liberazione di genere. La scienza socialista e l’analisi scientifica della società ci portano a credere che un’ideologia della liberazione, nella teoria della donna, sia estremamente importante. É una delle questioni che sto approfondendo personalmente. Senza dubbio non si tratta di un approccio femminista. Infatti io non sono nemmeno una donna. Ma trovo molto importante il modo di pensare la teoria delle donne dalla prospettiva delle donne, e vedo che tale ideologia è legata allo sviluppo dell’organizzazione. É necessario formulare un’ideologia che risolva i problemi della guerra, fino a rendere possibile la pace che è legata alla libertà. Finora, le ideologie hanno sempre portato l’impronta degli uomini, i loro contenuti sono pieni della supremazia degli uomini. Senza dubbio, c’è anche l’aspetto della classe, quello dell’occupazione e dell’imperialismo. Ma in modo molto evidente c’è anche l’aspetto della dominazione maschile, nessuno può negarlo. È sempre stato nascosto il fatto che la dominazione e il potere maschile abbiano regnato per centinaia di anni: se non lo si riconsce sarà impossibile dare credito a una persona o a una scienza, o a chiunque abbia a cuore la liberazione della donna e dei popoli. Inoltre, considero importante anche far progredire l’ideologia delle donne, con il proprio pensiero, dall’interno della teoria delle donne. […] Se affrontiamo i problemi in quest’ottica – attraverso i principi e l’ideologia – penso che dobbiamo rivalutare tutti gli approcci e le ideologie esistenti, così come le organizzazioni, che siano economiche, culturali, politiche o militari, a esse collegate. Perchè? Perchè sono sotto l’influenza della dominzione maschile, implicano guerra, disuguaglianza, coercizione. Questo porta con sè anche la degradazione dei generi, che implica la distruzione della vita. La schiavitù dei generi ha ridotto in schiavitù l’intera società; la società intera ha perso, e si è aperta la via verso guerre incontrollabili. Quindi, nella specificità contemporanea della guerra in Turchia, c’è una dimensione di classe ed essa è collegata all’imperialismo, ma soprattutto è legata alla mentalità della mascolinità dominante.
Per questo dico che un approccio del tipo “ora non è il momento di pensare a questo, può essere affrontato in seguito” è profondamente sbagliato. Se vogliamo muoverci verso una linea rivoluzionaria o impegnarci in lavori sociali pratici, c’è bisogno di un’ideologia di liberazione della donna che sia dalla parte delle donne.
~ dal discorso di Abdullah Ocalan su MedTv, 8 marzo 1998.

Spiegazione storica

Le donne vengono definite da Abdullah Ocalan come la prima colonia dell’umanità; storicamente infatti l’oppressione sulle donne è quella che si è costruita per prima, e quindi quella a partire da cui si sono formate tutte le altre: colonialismo, fascismo, imperialismo, classe, sfruttamento della natura.

Le comunità preneolitiche, chiamate anche società naturali, erano matricentriche, ossia costruite intorno alla figura della madre, intesa non in senso puramente biologico ma sociale: le donne infatti erano quelle che si prendevano cura dei figli e delle figlie, dell’educazione, dei rapporti nella comunità, della risoluzione dei conflitti e delle cure mediche. Non esisteva il concetto di paternità poichè i bambini e le bambine venivano cresciuti in comune. L’economia era collettiva e orientata a soddisfare i bisogni della tribù in armonia con la natura: era un’organizzazione societaria democratica e orizzontale, dove la gerarchia non aveva posto.

La prima rottura di genere, che segna il passaggio da una cultura matriarcale a quella patriarcale, viene identificata nella rappresentazione mitologica del primo femminicidio: il dio Marduk uccide e fa a pezzi sua madre Tiamat (il nome viene da ‘Ti’, vita, e ‘Ama’, madre). Questa è la fine della cultura della dea madre, che collochiamo intorno al 2000 a.C. Ma in realtà il passaggio alla cultura patriarcale ha il suo inizio ancora prima, intorno al 5000 a.C.: il processo che dà il via è il riconoscimento della paternità biologica, che introduce il concetto di proprietà privata; la donna inizia ad essere considerata proprietà in quanto moglie e avviene una divisione tra la sfera pubblica e quella privata.

Con la nascita delle prime città questo processo si acuisce ulteriormente; le donne vengono relegate in casa, alienate dalla dimensione collettiva ed escluse dall’economia, che inizia a diventare quello per cui oggi la conosciamo: religione del profitto e dell’accumulazione. Intorno al 4000 a.C. i cambiamenti climatici costrinsero molte comunità a migrare e gli uomini si misero al controllo degli spostamenti; il cacciatore, lo sciamano e il vecchio saggio sistematizzarono la violenza tra le tribù in viaggio, ponendo le basi per i tre grandi sistemi di oppressione che oggi chiamiamo esercito, religioni monoteiste e Stato.

In antico Sumero, la prima parola che significà ‘libertà’ è Amargi; il suo significato è anche ‘ritorno alla dea madre’.

La nostra lotta

Il sistema capitalista e liberale oggi “permette” alle donne di lavorare, assicurando di aver in questo modo garantito la parità di genere. Tuttavia questo è solamente funzionale al mentanimento del sistema stesso: ad oggi vediamo che il capitalismo basa l’accumulazione sul lavoro non retribuito prevalentemente delle donne e persone socializzate al femminile, che è un lavoro di cura, dei figli, degli anziani, della comunità.

“Il capitalismo ha sviluppato un meccanismo di sfruttamento nei confronti delle donne che supera ogni altro meccanismo di sfruttamento”
(Sociologia della Libertà, capitolo 9, traduzione italiana a cura di Punto Rosso Edizioni, 2023)

Se il patriarcato è la prima forma di oppressione, è anche la prima da cui bisogna necessariamente partire per sviluppare una teoria realmente rivoluzionaria. La liberazione delle donne e di tutti i generi oppressi non può essere solo uno dei punti nell’agenda di un movimento rivoluzionario, deve essere il primo. Le donne e le libere soggettività devono diventare l’avanguardia del movimento, in ogni ambito di vita e di lotta.

Riconosciamo che il sistema ha influenzato profondamente ciascun* di noi e che quindi la prima lotta deve essere dentro noi stesse, per decostruire il patriarcato che permea il modo di pensare, di agire, di parlare, per riuscire a portare alla luce una personalità libera. Questa è una lotta che ognuno e ognuna deve fare: il cambiamento parte da noi. I movimenti rivoluzionari del passato, per quanto ne riconosciamo il valore e l’eredità fondamentale, hanno spesso elaborato dei metodi di lotta che riflettevano una mentalità patriarcale e gerarchica, imponendo dall’alto dei sistemi di organizzazione; all’interno dei movimenti stessi spesso riproduciamo dinamiche di dominazione, nonostante l’intento libertario e anitautoritario.

Naturalmente riconosciamo che al lavoro su noi stess* dobbiamo affiancare anche il lavoro all’interno della società. Prendiamo ispirazione dall’analisi e dalla metodologia del Movimento di Liberazione Curdo perchè condividiamo la prospettiva del Confederalismo Democratico. Crediamo che la società sia un tessuto profondamente morale e politico, in grado di autorganizzarsi, e che il sistema stia compiendo quello che da Ocalan è chiamato un “societicidio”. La precarizzazione del lavoro, l’oppressione di genere e il disastro ambientale sono tutte forme che il capitalismo utilizza per indebolire l’autonomia dei popoli. Riteniamo che il Confederalismo Democratico sia una soluzione applicabile globalmente poichè consente di costruire dal basso strutture di organizzazione e soddisfazione delle necessità dei gruppi sociali, etnici, culturali, religiosi e linguistici.

Pilastri del Confederalismo Democratico

Con il cambio di paradigma avvenuto dopo l’incarcerazione di Ocalan nel 1999, il movimento curdo ha abbandonato la volotnà di creare uno stato curdo, portando avanti l’idea che una rivoluzione non può organizzarsi all’interno di un modello statale. Nasce quindi la proposta del confederalismo dei popoli.
Dal 2012 in Rojava (Siria del Nord-Est) si sta sperimentando questo modello.
I pilastri del Confederalismo Democratico sono:

  • 1. Democrazia radicale: il concetto di democrazia è stato snaturato dal sistema, presentandoci come tale il modo di governo degli stati liberali. Al contrario la democrazia radicale si basa sul principio di autorganizzazione e autonomia.
    L’idea di base è che ogni gruppo sociale possa definire quali sono le sue esigenze e coordinarsi di conseguenza con le altre comunità. In Rojava ogni unità – assemblee di quartiere, cittadine, dei cantoni, strutture delle donne e della gioventù, commissioni economiche, educative, unità di autodifesa, gruppi religiosi, etnici e culturali – si riunisce autonomamente ed elegge due coresponsabili, di cui uno dei due necessariamente una donna; esse si coordinano poi con le altre coresponsabili a livelli sempri più alti. In questo modo si cerca di garantire maggiore orizzontalità possibile e la soddisfazione delle necessità della popolazione, senza che esista un’architettura calata dall’alto. Le coresponsabili non hanno una posizione di potere, bensì una responsabilità di garantire una guida politica e di riportare le decisioni delle assemblee; la popolazione quindi prende parte direttamente alla vita politica della comunità.
  • 2. Ecologia sociale: nell’analisi prodotta dal Movimento di Liberazione Curdo, ciò che ha portato al disastro ambientale è la struttura di conoscenza positivista, ossia un’ottica che riduce tutto ad una dinamica di soggetto-oggetto. L’umanità ha infatti smesso di considerarsi parte della natura, guardando ad essa come un oggetto alieno da sè e perciò potenzialmente sfruttabile. La conseguenza evidente di questo è il disastro ambientale; non è un problema che si può risolvere tramite azioni individuali, ma solo tramite un cambio di prospettiva sistemico.
    La soluzione non è nemmeno una forma di primitivismo: ad esempio l’industria è qualcosa che può contribuire all’avanzamento della società, tuttavia il sistema l’ha trasformata in industrialismo, ossia la produzione per il mero scopo del profitto.
    In questo senso, l’ecologia non può che essere quindi una scienza sociale, poichè riguarda il rapporto che la società ha con la natura.
  • 3. Liberazione della donna: questa lotta non si può ridurre solo alla liberazione della donna in quanto biologicamente definita; si tratta infatti di femminismo radicale, ossia la decostruzione profonda del patriarcato da ognuna* di noi, uomo, donna e ogni altra identità e non-identità. Partendo dal presupposto che il patriarcato è la forma più antica di oppressione, la lotta contro di esso non può che essere la più radicale possibile. Il patriarcato infatti ha influenzato ogni aspetto della nostra vita, da quello personale a quello lavorativo, organizzativo, politico, sociale; dobbiamo riconoscere che senza scardinare questa oppressione non potremo mai diventare persone libere, nè quindi costruire una società libera.

Autonomia

Innanzitutto bisogna fare chiarezza sulla distinzione tra autonomia e separatismo; mentre il separatismo sostiene una completa divisione tra persone di generi diversi, l’autonomia riconosce che, essendo la società mista (formata da donne, uomini e altre identità), è necessario lavorare insieme anche ai compagni maschi.

Tuttavia, proprio perchè riconosciamo quanto il patriarcato ci influenza, ci rendiamo conto della necessità di avere degli spazi non-maschili; solo in questi infatti possiamo realmente costruire nuovi strumenti di lotta, nuove relazioni al di fuori dello sguardo patriarcale. Vediamo infatti quanto le relazioni tra di noi siano profondamente manipolate dal sistema tramite competitività, isolamento, volontà di risultare sempre eccellenti secondo gli standard imposti dal dominio maschile. Gli spazi autonomi servono anche per costruire solidarietà, coesione, compagnerismo profondo.

L’autonomia è fondamentale anche per permetterci di conoscere le une i punti di forza delle altre, così come le debolezze, e aiutarci a vicenda a superarle: “siamo forti tanto quanto la più debole di noi”. Lo sguardo collettivo e libero dall’influenza degli uomini garantisce la creazione di analisi condivise, di sviluppare le nostre personalità e le nostre identità.

Gli spazi autonomi garantiscono quindi a tutt* di contribuire alla lotta veramente ciascuna al massimo delle proprie capacità; per questo motivo pensiamo che l’autonomia sia il mezzo che, anzichè creare divisioni, rafforza l’intera organizzazione o movimento.

Uccidere e trasformare il maschio dominante

Il concetto di uccidere il maschio dominante, in Kurmanji ‘kuştina zilam’, è centrale nel processo di decostruzione patriarcale. La mascolinità, come abbiamo già detto, non riguarda solo gli uomini. Tuttavia, poichè a loro garantisce il mantenimento del potere, è più radicata e più pericolosa. Per questo motivo, non basta avere delle strutture autonome di donne e libere soggettività: ogni uomo deve mettere in discussione se stesso, uccidere il maschio dominante e trasformarlo (‘Veguhartina Zilam’) per far emergere una personalità libera. Si tratta quindi di un processo non di autodistruzione, ma di liberazione.

Il patriarcato ha indebolito l’intelligenza emotiva degli uomini e colonizzato le relazioni tra di loro, sopprimendo l’amicizia e l’amore veri, sostituendoli con rapporti superficiali e gerarchici. Anche in ambienti politici antiautoritari spesso si verifica un fenomeno per cui chiunque si appoggia emotivamente alle persone femminilizzate, compresi i maschi che sono incapaci di superare lo stereotipo che impedisce loro di mostrarsi vulnerabili; in questo modo le donne e le altre soggettività non vengono percepite come entità politiche. Con il patriarcato, l’amore è visto come una faccenda solo privata, mentre è profondamente collettiva, poichè riguarda il modo in cui si struttura la società. Distruggendo l’empatia e la connessione umana, il patriarcato crea individui fragili e vulnerabili.

Un uomo che non accetta di decostruire il patriarcato internalizzato è un uomo che può violare ogni altro principio di lotta; infatti l’oppressione di genere che l’uomo opera è la stessa che sempre l’uomo perpetra sulla natura e sugli altri uomini. Per questo il concetto di divorzio è fondamentale: non si tratta di un divorzio fisico ma di un processo di distacco dalla mentalità. Solo tramite un cambiamento costante e infinito tutte potranno lottare alla pari.

Il patriarcato è un sistema con un inizio e crediamo che possa avere anche una fine; è un potere che viene messo in atto per coprire le insicurezze e le debolezze. Se il patriarcato fosse veramente inevitabile, non sarebbero sorte negli anni così tante istituzioni a difenderlo. Negli ultimi anni le rivolte femministe stanno crescendo in tutto il mondo e le donne e le persone queer stanno iniziando a prendere posizione come avanguardia del cambiamento; assistiamo quindi al fenomeno della repressione sempre maggiore di questi movimenti, e del rinforzo delle strutture statali e capitaliste: quando il sistema è in crisi, le prime ad essere colpite sono i non-maschi.
La femminilità e la mascolinità devono essere analizzati non come caratteristiche individuali, bensì come costruzioni sociali: mascolinità dominante e femminilità repressa. L’obiettivo di kustina zilam è quello di creare nuovi modelli, identità libere e rivoluzionarie.