Aleppo e il conflitto delle identità geopolitiche
Nella coscienza politica e geografica siriana, la città di Aleppo è più di un semplice centro economico o di una metropoli storica; rappresenta il punto cruciale la cui oscillazione può sconvolgere l’equilibrio dell’intero nord della Siria. Sin dagli albori della storia, l’importanza di Aleppo deriva dalla sua posizione strategica come punto di collegamento indispensabile tra l’altopiano anatolico a nord, quello profondo arabo a sud e la sfera mediterranea a ovest. Questo l’ha resa una città dalle multiple identità, dove componenti arabe, curde, armene e turkmene si sono fuse in un unico tessuto economico e sociale caratterizzato da uno spirito pragmatico e flessibile. Tuttavia, i tumultuosi cambiamenti dell’ultimo decennio non solo l’hanno destabilizzata, ma hanno anche ridisegnato la geografia della città lungo nette linee etniche, politiche e
territoriali. Durante questo periodo, i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono emersi come attori indipendenti dotati di una specificità amministrativa e demografica unica all’interno del corpo aleppino, rendendoli un luogo chiave per comprendere i conflitti di identità e di influenza nella regione.

Dal punto di vista topografico e geopolitico, il quartiere di Sheikh Maqsoud sorge su una collina importante, considerata il punto più alto e quindi strategico della parte settentrionale di Aleppo. Questo ha fornito al territorio di sviluppare un vantaggio militare che ha permesso di resistere come enclave semi-indipendente per molti anni, offrendo il controllo a livello visivo su vaste aree della città e della sua campagna. Per quanto riguarda il quartiere di Ashrafieh, esso rappresenta l’estensione naturale e vitale di questa altura verso il cuore della città e verso la sua zona commerciale. L’importanza geopolitica di questa posizione risiede nel suo ruolo di “zona-cuscinetto” che separa le forze in conflitto, o di “ponte di comunicazione” – a seconda delle circostanze politiche e delle alleanze sul campo – tra le forze che controllano il centro della città e quelle presenti nella campagna settentrionale. Controllare efficacemente queste alture settentrionali significa controllare la principale via d’accesso alla città, il che spiega la continua pressione esercitata dalle potenze regionali per destabilizzare questa stabilità autosufficiente.
Dinamiche demografiche e cambiamenti di identità.
La struttura residenziale di Aleppo ha subito uno shock demografico, il più violento della sua storia moderna. Prima del 2011, la popolazione della provincia superava i 4,6 milioni di abitanti; tuttavia, la guerra ha causato ondate di sfollamenti forzati che hanno ridotto il numero di persone all’interno della città, distribuendole tra campi profughi e aree di sfollamento interno. Oggi, mentre la città cerca di recuperare gradualmente la sua popolazione – che oscilla tra i 2 e i 2,5 milioni di abitanti – emerge un netto contrasto tra i quartieri orientali che gemono sotto il peso della distruzione, i quartieri occidentali e il modello di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, che hanno mantenuto e persino aumentato la loro densità demografica. Sheikh Maqsoud è un modello unico di “densità demografica concentrata”, poiché storicamente era la destinazione principale dei curdi provenienti da Afrin e Kobane per lavorare negli impianti industriali. Oggi, i curdi siriani costituiscono la spina dorsale demografica del quartiere con una percentuale che varia dal 75% all’85%, insieme a una minoranza araba integrata con cui storicamente coesistono nel tessuto sociale. Il 2018 ha segnato una svolta fondamentale in seguito alla conquista turca della regione di Afrin, poiché il quartiere ha accolto ondate massicce di persone sfollate che hanno preferito cercare rifugio in un ambiente sociale e culturale a loro familiare. Ciò ha portato la popolazione a superare i 100.000 abitanti in un’area geografica ristretta, trasformando il quartiere da semplice
zona residenziale a “rifugio demografico” che protegge le identità culturali. Per quanto riguarda il quartiere di Ashrafieh, questo si differenzia nella sua struttura per essere più diversificato e aperto, ospitando un mix etnico e religioso che comprende curdi, arabi e cristiani (armeni e siriaci), oltre a famiglie della classe media. La sua popolazione è attualmente stimata tra gli 80.000 e i 120.000 abitanti. Nonostante sia stato colpito da precedenti operazioni militari, la sua posizione centrale ha reso più rapido il movimento di ritorno della popolazione, poiché i residenti lo considerano un centro vitale indispensabile. La sopravvivenza e la crescita della popolazione in questi due quartieri sono legate a tre pilastri strutturali: in primo luogo, l’auto-difesa e la sicurezza della comunità garantite dalle istituzioni locali; in secondo luogo, l’economia locale basata sui laboratori di cucito e sull’artigianato manuale, che sono diventati una vera e propria ancora di salvezza che alimenta i mercati di Aleppo e fornisce reddito alla gioventù; e in terzo luogo, il sentimento dell’appartenenza alla propria terra, che ha trasformato questi quartieri in “roccaforti dell’identità” nella coscienza collettiva, spiegando quindi la resilienza della popolazione nonostante i blocchi intermittenti e le continue crisi dovute alle guerre.

Aleppo nella strategia turca: tra eredità ottomana e ambizioni geopolitiche.
Proseguendo alla sua dimensione regionale, la realtà dei quartieri settentrionali di Aleppo non può essere analizzata senza comprendere la strategia turca, che fonde nostalgia storica e interessi geopolitici. Per la Turchia, Aleppo non è solo una città vicina, ma la “provincia perduta”
che rappresentava il terzo centro dell’Impero Ottomano dopo Istanbul e Il Cairo. Questo legame alimenta oggi il discorso “neo-ottomano” ed evoca l’immagine di Aleppo come città di “inclinazione turca” nell’immaginario del movimento nazionalista turco. Queste ambizioni si basano sul “Misak-ı Millî” (Patto Nazionale) del 1920, ossia la mappa disegnata dall’ultimo parlamento ottomano che collocava Aleppo e la Siria settentrionale entro i confini della nazione turca, considerando quindi l’averla ceduta nel Trattato di Losanna come una necessità storica
che deve tuttavia essere corretta. Ciò spiega i ripetuti riferimenti politici che considerano Aleppo una provincia perduta o un’estensione della sicurezza nazionale turca.
L’utilizzo politico contemporaneo di queste ambizioni si manifesta su due livelli: in primo luogo, quello economico, poiché la Turchia vede Aleppo come l’unica concorrente delle città turche meridionali come Gaziantep; controllarla garantisce quindi la dipendenza economica della Siria settentrionale dalla Turchia. In secondo luogo, si dà il livello demografico e geopolitico, dove Sheikh Maqsoud e Ashrafieh rappresentano un ostacolo importante al progetto turco di creazione di una “cintura di sicurezza”. La presenza di una forte e organizzata influenza curda nel cuore di Aleppo fa fallire il sogno di collegare le aree controllate dalla Turchia nelle campagne al centro della città, rendendo questi quartieri un bersaglio costante di pressioni militari e politiche. La ripetuta descrizione di Aleppo nel discorso di Ankara come “82ª provincia” non è un lapsus, ma l’espressione di una dottrina secondo cui la stabilità della Turchia meridionale si otterrebbe solo dominando Aleppo e dunque si invocano legami etnici e settari per legittimare quest’intervento e dipingere la Turchia come il naturale protettore del patrimonio ottomano di Aleppo.
Il record della resilienza (2011-2026): cambiamenti nell’esistenza e nella resistenza.
In mezzo a queste trasformazioni tempestose, l’organizzazione comunitaria a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh si è concretizzata attraverso l’attivazione del modello di autogestione democratica. Non si è trattato semplicemente di una struttura amministrativa per colmare un vuoto, ma di una messa in pratica del concetto di “nazione democratica” basato sull’organizzazione di base. I consigli locali sono riusciti a trasformarsi in parlamenti in miniatura che gestiscono gli affari di un quarto di milione di persone, superando le complessità del blocco attraverso il sistema delle “comuni”, che collegava ogni vicolo a un centro decisionale per i servizi e la sicurezza. Nel cuore di questo sistema emerge il ruolo delle donne, non solo come elemento di supporto, ma come forza trainante e motore principale dei consigli delle donne e dei comitati organizzativi. Attraverso le loro organizzazioni, le donne hanno formulato strategie per la resilienza sia amministrativa sia sul campo, hanno organizzato la distribuzione delle risorse e hanno garantito la giustizia sociale in condizioni di difficoltà, rendendo la partecipazione delle donne il pilastro più saldo, che ha impedito il crollo della struttura sociale contro le pressioni della guerra e dello sfollamento.
Aleppo, con al suo centro Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, rappresenta un modello geopolitico unico che in un decennio e mezzo si è trasformato in un centro di resilienza e in una trincea esistenziale di fronte alle strategie di genocidio e sfollamento. La storia della resistenza in questi due quartieri è legata da un vincolo profondo alla regione di Afrin.


Dall’occupazione turca del 2018 attraverso l’”Operazione Ramo d’Ulivo”, hanno cominciato a cristallizzarsi le caratteristiche di una strategia di “Turkification” e di un netto cambiamento demografico, che ha spinto centinaia di migliaia di abitanti indigeni verso Aleppo. Circa 15.000 famiglie provenienti da Afrin si sono stabilite nei due quartieri durante la prima ondata di sfollamenti, trasformandoli da semplici zone residenziali a nuclei di resistenza che portano con sé il patrimonio e l’identità di Afrin. Con il terremoto politico che ha colpito la regione
tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 e la caduta del regime siriano, la regione di Shahba è stata sottoposta a uno svuotamento forzato, spingendo decine di migliaia di persone a una seconda ondata di sfollamenti verso Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. La densità di popolazione dell’area geografica, che non supera i La densità di popolazione dell’area geografica, che non supera i 4 chilometri quadrati, è salita a livelli critici, superando le 250.000 persone che vivono in stato di “strangolamento demografico” sotto la minaccia di assedio permanente.
La sopravvivenza di questi quartieri non è stata una coincidenza storica, ma il risultato dell’attuazione della “Protezione dell’Essenza” (HPC), formulata dai residenti in coordinamento con le Unità di Protezione del Popolo e delle Donne (YPG/YPJ). I due quartieri hanno combattuto feroci battaglie contro varie forze escludenti e fondamentaliste. Dal 2012 al 2016, i residenti hanno respinto feroci attacchi da parte di organizzazioni come Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham. Il culmine è stato raggiunto nella primavera del 2016, quando l’area è stata sottoposta
a un violento attacco chimico con gas-cloro e proiettili noti come “cannoni infernali”. Anche i tentativi dell’ISIS di infiltrarsi e trasformare i quartieri settentrionali in centri per un emirato estremista sono stati sventati. Parallelamente, i residenti hanno resistito alle politiche devastanti del governo e all’assedio intermittente da parte della 4a Divisione, volto ad affamare la popolazione per esercitare pressioni sull’Amministrazione Autonoma, in particolare nel 2022 e nel 2023. Le cifre documentate riflettono la portata di questo sacrificio leggendario: circa 28.300 proiettili e razzi sono caduti sui due quartieri, distruggendo circa il 42% delle infrastrutture. I quartieri hanno pagato un pesante prezzo in termini di vite umane, con oltre 1.310 martiri e più di 4.250 feriti, molti dei quali ora soffrono di disabilità permanenti a causa dei bombardamenti. Con l’accelerazione del collasso militare del regime di Assad all’inizio del 2025, Aleppo è entrata in uno stato di assoluta instabilità dal punto di vista della sicurezza, e i due quartieri sono rimasti come una massa demografica isolata in mezzo a un’area di grandi cambiamenti. In quel momento critico, la leadership dei quartieri ha preso una decisione strategica di “difesa essenziale” e ha chiuso gli ingressi per impedire l’infiltrazione di cellule fondamentaliste che accompagnassero l’ondata di caos.
Sotto pressione delle potenze internazionali e dei mediatori locali, si è concluso il “Accordo del 1° aprile” nel 2025.
Questo accordo prevedeva l’evacuazione della presenza militare e il ritiro delle unità armate YPG/YPJ verso la Siria settentrionale e orientale attraverso un corridoio sicuro monitorato a livello internazionale, in cambio del mantenimento dei quartieri sotto l’amministrazione dei
consigli civili locali e della consegna dei compiti di sicurezza esclusivamente alle forze “Asayish” come forza di polizia locale, con una clausola esplicita che impediva alle fazioni allineate con la Turchia di entrare nei quartieri.
L’attuazione di questo accordo è avvenuta nell’aprile 2025, quando migliaia di camion che trasportavano combattenti, tanto quanto civili che temevano vendette, sono partiti, portando alla perdita di circa il 20% dei giovani organizzati dei quartieri. Alla luce di questa nuova realtà e
dell’assenza di una protezione militare centralizzata, i residenti hanno applicato il modello della “Società morale e politica”. Sono stati costituiti comitati di protezione essenziali (HPC) composti da volontari locali per proteggere le strade, ed è stato attivato il sistema comunale per gestire le risorse economiche e distribuire il pane tramite tessere locali a prezzi simbolici, nonostante l’interruzione delle vie di rifornimento. L’ospedale Martyr Khaled Fajr ha continuato a essere l’unico centro sanitario a servire un quarto di milione di persone grazie a sforzi puramente volontari.
Fino all’inizio del 2026, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh continuano a rappresentare un ostacolo alle ambizioni turche, che considerano l’accordo del 1° aprile come un accordo temporaneo. I media e le pressioni militari continuano a legittimare un attacco contro di loro, descrivendoli come “enclavi terroristiche”. Tuttavia, la resilienza popolare e lo stretto legame tra i residenti e gli sfollati di Afrin e Shahba hanno creato un’unità di destino, rendendo difficile la conquista di questi quartieri senza un alto costo politico e militare. Così, i due quartieri rimangono nel cuore di Aleppo come modello vivente di resistenza esistenziale di fronte ai continui tentativi di “turkification” e sfollamento.
La realtà politica e la sua complessità.
Il panorama geopolitico di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh ad Aleppo costituisce un modello unico e articolato di quelle che potrebbero essere definite “mini-unità politiche”. Questi quartieri sono soggetti a uno status strutturalmente mutevole che oscilla tra la dipendenza formale dallo Stato siriano e un’autogestione dal punto di vista amministrativo, sicurezza e della società attraverso il Consiglio di Quartiere. Questa realtà ha prodotto un modello di “economia politica ibrida” che si basa da un lato sull’intreccio di interessi e servizi con lo Stato e dall’altro sull’autogestione della vita quotidiana. Ciò ha reso l’area un punto nevralgico nell’equilibrio di potere tra Damasco e la Siria del Nord-Est, nonché un’arena aperta che riflette le tensioni regionali e internazionali determinanti il futuro di una soluzione politica unitaria in Siria.
Alla luce di questa complessità, la “geopolitica dei valichi” emerge come uno strumento di pressione strategico. Valichi come “Al-Awarid” e “Al-Maghsala” rappresentano le arterie coronarie che alimentano i quartieri e ne controllano il futuro. Le forze in controllo hanno continuato
una politica di “assedio intermittente” come strumento politico per ricattare l’Amministrazione Autonoma, collegando la situazione ad Aleppo alle tensioni sul campo nella Siria del Nord-Est e trasformando così i residenti civili in ostaggi del braccio di ferro tra le grandi potenze.

Nonostante questa situazione, una sorta di “distorta integrazione economica” è continuata, poiché i due quartieri sono rimasti centri industriali vitali, in particolare nei settori del tessile e dell’abbigliamento, con i loro prodotti che affluivano ai mercati di Aleppo e in altre province, creando uno stato di interdipendenza reciproca che ha impedito il collasso totale delle relazioni economiche e sociali con i dintorni.
Per quanto riguarda le infrastrutture, la realtà politica e di sicurezza ha imposto uno stato di “autosufficienza forzata”, in cui l’amministrazione locale ha sviluppato reti di servizi parallele per far fronte alle ripercussioni dell’assedio e della distruzione. Nel settore energetico, la dipendenza è diventata quasi totale dal sistema di generatori privati, che si rifornisce di combustibile attraverso complesse rotte di approvvigionamento dall’est dell’Eufrate, legando il costo della vita i cambiamenti nei confini e al clima politico. Nei settori dell’istruzione e della sanità è emerso un doppio sistema che combina i programmi di studio dell’Amministrazione Autonoma e quelli ufficiali, in un contesto di estrema povertà delle strutture mediche specializzate. Ciò ha costretto i residenti ad affrontare enormi rischi per la sicurezza quando attraversavano i posti di blocco per raggiungere gli ospedali centrali dellacittà, sotto la supervisione di organizzazioni internazionali e iniziative locali che colmavano il vuoto lasciato dall’assenza di bilanci comunali centrali. All’inizio del 2026, la città di Aleppo ha assistito a un drammatico cambiamento verso un’escalation militare e politica. Il “governo di transizione” ha ribaltato tutti i precedenti accordi, avviando un percorso di esclusione che ha portato al crollo dell’accordo del 1° aprile e del percorso negoziale del 10 marzo, su cui si basava la stabilità post-regime ad Aleppo. Questo colpo di mano si è manifestato in pratiche sistematiche che hanno avuto inizio con una guerra mediatica volta a fomentare l’odio, “demonizzando” la componente curda e gli sfollati di Afrin, descrivendoli con termini provocatoricome “cellule separatiste”. Ciò ha creato un clima popolare favorevole al compimento di violazioni basate sull’identità nazionale e settaria, dipingendo i due
quartieri come isole di sicurezza ostili ai principi della rivoluzione. La questione non si è limitata al discorso mediatico, ma si è spostata alle violazioni sul campo documentate dai comitati per i diritti umani; solo nell’ultimo trimestre del 2025 sono state documentate più di 45 gravi violazioni. Queste violazioni includevano l’arresto di 12 membri del personale medico e 7 tecnici, mentre si spostavano lasciando i quartieri per motivi umanitari, in chiara violazione della clausola della “libertà di movimento dei civili”. Inoltre, è stata utilizzata la cosiddetta “arma della fame”, con la violazione delle clausole di scambio commerciale attraverso la confisca di oltre20 spedizioni di generi alimentari (farina, latte per neonati e medicinali) ai passaggi di frontiera dei quartieri, sostenendo che si trattasse di “materiali a sostegno delle forze militari”, il che ha aggravato il disastro umanitario. Al culmine dell’escalation militare nel gennaio 2026, il governo di transizione ha rinnegato gli impegni presi in precedenza, puntando i cannoni dei carriarmati e l’artiglieria pesante contro i civili nei quartieri residenziali. Non siè limitato a bombardamenti a distanza: i vicoli si sono trasformati in arene per raccapriccianti esecuzioni sul campo che non hanno risparmiato né bambini né anziani. Questo attacco sistematico non solo ha causato vittime, ma ha anche lacerato il tessuto sociale attraverso una politica di sfollamento forzato, trasformando migliaia di famiglie in rifugiati nel giro di poche ore sotto il fuoco aperto. L’accordo del 1° aprile ha subito un duro colto acausa del tentativo di assalto militare al quartiere di Ashrafieh,che ha portato a orribili massacri contro gli sfollati che credevano che l’accordo li proteggesse. Questi cambiamenti rivelano i retroscena ideologici e i legami organici delle fazioni che operano sotto il nome del “Esercito Nazionale” affiliato al Governo di Transizione. Ciò riflette la presenza di diverse ambizioni da parte di potenze regionali, in particolare quelle turche, nel rafforzare le correnti jihadiste ed escludenti all’interno di Aleppo, minacciando il completo collasso degli accordi umanitari nelle ultime roccaforti della resilienza civile.
Radici fondamentaliste e dipendenza regionale.
La Siria settentrionale, e in particolare il cuore di Aleppo all’inizio del 2026, sta assistendo a profondi cambiamenti strutturali che trascendono il tradizionale conflitto militare per raggiungere il nucleo dell’identità nazionale siriana. Lo Stato turco si affida a un braccio militare noto come “Esercito Nazionale Siriano” per attuare il suo progetto espansionistico. Tuttavia, la struttura fondamentale di queste fazioni rivela un background ideologico jihadista e fondamentalista profondamente radicato, che non ha subito cambiamenti fondamentali se non quello di essere stato rinominato con nuovi nomi, coerenti con l’agenda turca “Misak-ı Millî”. Il nucleo solido di queste forze che assediano Sheikh Maqsoud e Ashrafieh è costituito da gruppi che portano ideologie salafite-jihadiste e ultra nazionaliste. Ilcosiddetto “Comitato Thairoon” comprende fazioni precedentemente appartenenti ad “Ahrar al-Sham”, che portano avanti un’eredità salafita storicamente legata ad Al-Qaeda e Jabhat al-Nusra. Nonostante la loro inclusione formale nel governo di transizione, la loro dottrina continua a rifiutare il pluralismo e classifica gli altri componenti, in particolare i popolo curdo, come nemici della fede e dell’esistenza.
Nello stesso contesto, la “Divisione Sultan Murad” emerge come un braccio turkmeno fondamentale, ideologicamente legato all’organizzazione ultra nazionalista dei “Lupi Grigi” in Turchia. La Divisione Sultan Murad svolge ruolo di punta di diamante nelle operazioni sistematichedi cambiamento demografico, ripetendo ad Aleppo le stesse violazioni che aveva già praticato ad Afrin. Questo quadro è completato dal ruolo di “Faylaq al-Sham”, che rappresenta l’ala militare dei “Fratelli Musulmani” ed è la più vicina ai servizi segreti turchi. Ha il compito di fornire una “copertura legale” agli attacchi attraverso fatwas che consentono di combattere le componenti siriane con il pretesto di combattere il separatismo. A questa composizione si aggiungono fazioni come “Ahrar al-Sharqiya” e “Jayish al-Sharqiya”, composte da ex combattenti di Jabhat al-Nusra e altri che in precedenza avevano giurato fedeltà all’ISIS. Questi sono noti per il loro comportamento criminale e il loro fondamentalismo, e oggi conducono pesanti operazioni sul campo contro i civili ad Ashrafieh.
La strategia turca di rafforzare questa corrente radicale ad Aleppo deriva da chiari obiettivi strategici, volti principalmente a creare un’”alternativa demografica e politica” che sostituisca il tessuto siriano moderato e pluralistico con una massa jihadista che deve assoluta fedeltà ad Ankara, facilitando la trasformazione della città in una “provincia turca” de facto. Queste fazioni sono anche utilizzate come strumento per effettuare la pulizia etnica contro curdi e cristiani, al fine di dare la falsa impressione che il confronto sia un “conflitto interno siriano” piuttosto che un’occupazione diretta, oltre che per ricattare la comunità internazionale con la cartadella “jihad”e affermare che Ankara è l’unica parte in grado di controllare questi gruppi. Questa mentalità si è tradotta sul campo all’inizio del 2026 trasformando le moschee e i centri educativi di Aleppo in centri per la diffusione del pensiero fondamentalista e la pratica di comportamenti copiati dalle organizzazioni terroristiche, come l’imposizione di una “jizya” (tributo) mascherata e il rapimento a scopo di estorsione. A livello politico, l’adozione di questa mentalità faziosa da parte del Governo di transizione ha compromesso tutti i percorsi negoziali, primo fra tutti il “Accordo del 10 marzo” volto a integrare l’amministrazione locale in una struttura nazionale decentralizzata. L’interruzione di questo percorso è avvenuta su richiesta della regione, che considerava la stabilità di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh una minaccia alle proprie ambizioni, spingendo la regione verso una guerra totale e un disastro umanitario senza precedenti. Le analisi indicano l’esistenza di “accordi segreti internazionali e regionali” per cedere il pieno controllo di Aleppo ad Ankara in cambio di concessioni su altri fronti, in un clima di sospetto silenzio internazionale interpretato come
accettazione del baratto dei diritti di un quarto di milione di persone in cambio della sicurezza regionale. Le ripercussioni di questa situazione si manifestano oggi in un assedio serrato che impedisce l’ingresso di farina e carburante per la terza settimana consecutiva, causando la chiusura dei panifici, il collasso del settore sanitario e l’attacco agli ospedali da campo con i carri armati. Questa tragica realtà rinchiude i residenti, compresi quelli sfollati da Afrin e Shahba, in una “prigione a cielo aperto” senza via di fuga. Ciò dimostra che il comportamento delle autorità all’inizio del 2026, nel violare gli accordi del “1° aprile” e del “10 marzo”, è stata una decisione deliberata per
consolidare il dominio monocromatico e la dipendenza esterna. Questo non solo minaccia i quartieri assediati, ma infligge un colpo fatale all’integrità territoriale della Siria e apre la strada a conflitti etnici e settari prolungati, mettendo tutte le componenti siriane – da Aleppo a Suwayda e alla costa – a rischio di un genocidio politico e sul campo totale.


Aleppo 2026 – Brinkmanship strategy: la strategia della “politica del rischio calcolato” e l’assassinio della pace civile.
Un’attenta lettura della situazione militare e politica all’inizio del 2026 conferma che l’escalation che ha preso di mira Sheikh Maqsoud e Ashrafieh e l’uso di rinforzi corazzati in aree densamente popolate non possono essere considerati come un semplice desiderio di controllo
geografico. Rappresenta piuttosto un cambiamento strategico verso una politica di “brinkmanship” volta a minare il contratto nazionale siriano. Questo comportamento di intensificazione da parte del governo di transizione e delle forze fondamentaliste alleate indica l’adozione di una tattica di “massima provocazione” che viola gli accordi di de-escalation – in particolare l’accordo del 1° aprile – e commette violazioni contro i civili. L’obiettivo è quello di spingere le Forze Siriane Democratiche a una vasta reazione militare a partire dalla Siria del Nord-Est. Questa deliberata trappola cerca di creare un pretesto internazionalee regionale per legittimare una guerra totale, consentendo interventi esterni diretti che interrompano i percorsi politici emergenti – in primo luogo quello del 10 marzo – e spingano il Paese verso un conflitto che serva gli interessi regionali a scapito del supremo interesse nazionale. Il fatto di prendere di mira quartieri con caratteristiche etniche specifiche ad Aleppo, è inseparabile da un contesto più ampio il cui impatto si estende all’intera geografia siriana, dove gli stessi strumenti e discorsi di esclusione sono utilizzati dalla mentalità dominante delle fazioni. La logica che accusa le componenti di Aleppo di tradimento è la stessa utilizzata per demonizzare i movimenti civili a Jaramana e Suwayda quando chiedono un’amministrazione locale o la protezione della propria identità culturale. È lo stesso discorso provocatorio che prende di mira i residenti della costa siriana per approfondire le divisioni settarie e sociali. Questa ripetizione di modelli repressivi dimostra che le forze di controllo non hanno un modello nazionale unificante eutilizzano leaccuse di dipendenza esterna come “pretesto” per giustificare il loro fallimento politico. Ciò pone tutte le componenti siriane – curdi, drusi, alawiti, cristiani e altri – di fronte a una minaccia esistenziale derivante dall’assenza di un vero concetto di cittadinanza, sostituito dalla lealtà identitaria o etnica.
Il controllo di questa mentalità sul processo decisionale all’interno del Governo di transizione ha trasformato le aspirazioni di libertà della Siria in un progetto di reciproca esclusione, in cui il tessuto nazionale è frammentato dall’interruzione dei negoziati e dalla dipendenza dalle ambizioni straniere, in particolare dalle agende regionali che vedono Aleppo come uno spazio di spartizione delle influenze. Questa dipendenza trascina la regione verso ripercussioni catastrofiche che trascendono la dimensione militare per colpire la profondità umanitaria.
L’assedio serrato e l’uso di armi pesanti contro gli sfollati e i civili non si limitano solo a creare nuove ondate di sfollamenti, ma provocano carestie e una situazione caotica dal punto di vista della sicurezza che distrugge le possibilità di una soluzione diplomatica per gli anni a venire. Questo dipinge lo scenario del 2026 come un tentativo di imporre una nuova dittatura sotto le spoglie di una fazione, dove prendere di mira la diversità sociale ad Aleppo diventa una prova della capacità dei siriani di proteggere il loro pluralismo di fronte a una visione esclusiva che cerca di distruggere la società siriana per il bene di accordi sospetti. Questo rende la battaglia odierna fondamentale nel conflitto tra il progetto di una Siria decentralizzata e plurale che garantisca i diritti di tutti, e il progetto di frammentazione con le guerre per procura.


La resilienza di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh: un simbolo di libertà.
La resistenza di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh nel corso di un decennio e mezzo rimane una delle più grandi epopee di resilienza popolare nella storia contemporanea siriana. In un momento in cui città e fortezze crollavano sotto il peso degli equilibri internazionali, questi due
quartieri sono rimasti saldi come “simbolo del rifiuto”, sfidando tempeste di fuoco, asse di e politiche di fame sistematica. È una resistenza misurata non solo dal numero di proiettili respinti, ma dalla volontà di un quarto di milione di persone che hanno deciso che la dignità è più preziosa del pane intinto nell’umiliazione. Nonostante la tragedia dello sfollamento forzato permanente – iniziato dalle olive ferite di Afrin nel 2018 e culminato nelle tende afflitte di Shahba – questi sfollati non si sono inginocchiati. Al contrario, hanno trasformato gli stretti vicoli di Sheikh Maqsoud in trincee per difendere un’esistenza autentica. Questa leggendaria resilienza, rinnovata oggi all’inizio del 2026 contro i carri armati e un assedio serrato, dimostra al mondo intero che la mentalità faziosa e le ambizioni regionali possono possedere le armi, ma non posseggono la volontà. Gli abitanti dei due quartieri hanno dimostrato di essere una scuola di protezione essenziale, dove i civili, gli sfollati, le donne e gli anziani si sono trasformati in una barriera impenetrabile, confermando con il loro sangue e la loro pazienza che levere fortezze non sono costruite con la pietra, ma con i corpi di persone che credono fermamente he la propria terra sia da onorare e che chinare la testa significhi estinguersi. Sheikh Maqsoud e Ashrafieh non si sono inginocchiati e non lo faranno, perché sono, molto semplicemente, il cuore pulsante di Aleppo cherifiuta di fermarsi.
kongra star
2026/1/11

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