ORGANIZZIAMO E COSTRUIAMO COMUNITÀ PER COMBATTERE LA GUERRA, LA VIOLENZA, I GENOCIDI E GLI STUPRI!

Comunicato del KJK, 20 novembre 2025

Il 25 novembre commemoriamo le sorelle Mirabel con rispetto, amore e gratitudine. La loro resistenza ha dato origine alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Commemoriamo anche Rosa Luxemburg, Sakine Cansız, Nagihan, Gulistan Tara, Hero Bahaddin, Asya, Seve, Pakize, Fatma, Deniz Poyraz, Evin Guyi, Hevrin Xelef, Zelal Haseke, Pelin, Saliha, Nesrin Amed, Narin Güran, Rojin Kabaiş e molte altre che hanno perso la vita a causa della violenza maschile.

Promettiamo di onorare la loro gioia, la loro lotta e la loro resistenza costruendo un mondo di pace basato sulla democrazia, sull’ecologia e sulla libertà delle donne.

La violenza è una realtà organizzata dal predominio maschile, che causa gravi danni fisici e psicologici alle donne in molti ambiti della vita e in momenti diversi.

Le donne in particolare affrontano costantemente queste brutali forme di violenza. Soprattutto la violenza psicologica ed emotiva – che coinvolge ogni aspetto della vita quotidiana – è diventata sempre più normalizzata e considerata a malapena.

Le donne continuano a essere vittime di questa violenza, indipendentemente dall’età, dalla professione, dalla nazionalità, dal colore della pelle o dalla posizione sociale. Tra loro ci sono neonate come Sıla, bambine come Narîn, giovani donne come Rojîn, madri come Taybet İnan, donne come Saliha Akkaş che lavora in parlamento, una donna peruviana di 89 anni come Arevalo Lomas che protegge le sue foreste, una donna drusa come Fevziye El Şerani che combatte le bande di HTŞ in Siria per difendere il suo villaggio e molte altre di estrazione diversa e provenenienti da luoghi differenti. Nessuna di queste identità ci protegge dalla violenza organizzata, dalle molestie o dallo stupro da parte della mascolinità dominante.

Mentre la violenza aumenta quotidianamente nella nostra regione, il 2025 è stato un anno in cui le guerre hanno imperversato in tutto il mondo e si è alzata l’asticella della violenza.

I massacri di drusi e alawiti in Siria, così come la guerra in corso a Gaza, hanno ulteriormente aggravato la spirale di violenza. Anche prima della fine dell’anno, il livello di violenza e massacri superava di gran lunga quello degli anni precedenti. Si stima che in tutto il mondo siano state assassinate 86.000 donne e ragazze, di cui circa 52.000 da familiari o persone a loro vicine. Alla luce di questi numeri, dobbiamo constatare che la casa e la cosiddetta famiglia “sacra” sono i luoghi più pericolosi al mondo per le donne.

Per comprendere quanto sia sistematica la violenza contro le donne, dobbiamo analizzare le politiche sulle donne nei diversi Paesi. In Iraq, all’inizio di quest’anno, si è tentato di cancellare le conquiste delle donne con una “Legge sullo status personale”. La Lettonia imitato la Turchia e ha annunciato il suo ritiro dalla Convenzione di Istanbul. In Afghanistan le case vengono costruite in modo tale che le donne non possono nemmeno guardare fuori. In Turchia, nelle moschee vengono pronunciati sermoni in cui si dichiara che “le donne che mostrano le braccia e il seno sono miscredenti. Le donne devono accettare metà di eredità rispetto agli uomini”. In Iran sono state giustiziate più di 800 donne.

Uno Stato che vuole controllare cosa indossano le donne, se e come ridono, cosa mangiano, come e con chi vivono e quanti figli hanno, uccide le donne che osano sfidarlo. Le donne non saltano dai balconi o dalle finestre, non annegano, non si danno fuoco e non si suicidano. Sappiamo che dietro a tutto questo c’è la violenza maschile mascherata. Il fatto che in molti Paesi manchino ancora definizioni chiare di “stupro” e “violenza” incoraggia ulteriormente la violenza patriarcale. Anche quando l’autore del reato è un uomo, bisogna riconoscere dietro questo profilo una volontà statale e una politica statale. Sappiamo che la violenza contro le donne è perpetrata da una mentalità statale dominata dagli uomini. L’essenza del 25 novembre è resistere a questa violenza prodotta dallo Stato.

Fermiamo le politiche di guerra e gli attacchi con “Jin, Jiyan, Azadî”!

Per trovare una soluzione, dobbiamo riconoscere la realtà che si cela dietro questo sistema bellicoso. Dietro le crisi in tutti gli ambiti della vita — ecologia, economia, sanità, istruzione — c’è la violenza contro le donne. Nel suo Manifesto per la pace e una società democratica, il leader curdo Abdullah Öcalan spiega che il primo problema sociale ebbe inizio con la schiavitù delle donne per mano dell’assassino. Mostra da dove dobbiamo cominciare per risolvere i problemi sociali odierni.

L’assassino, come una casta, rubava in passato con l’ossidiana, nel Medioevo con la spada e oggi con l’industrialismo a scopo di lucro. Ciò significa che in ogni epoca indossa una nuova maschera—ma è sempre lo stesso assassino. A volte è barbuto, con la spada in mano; a volte è in giacca e cravatta; a volte è il leader di un’organizzazione criminale; a volte è il capo dello Stato. Pertanto, la comunità costruita dalle donne sarà la più grande forma di autodifesa. Ciò che mantiene in vita le donne e le difende è la loro forza organizzata e la vita comunitaria. In questo senso dobbiamo organizzarci contro un sistema che ha portato la violenza contro le donne al livello della guerra e ribellarci ai massacri e alla schiavitù in tutti gli spazi pubblici.

Questa guerra non è la nostra guerra!

Le guerre rappresentano la forma più estrema di violenza e questa violenza si intensifica ogni giorno per mano dei rappresentanti del sistema capitalista e degli Stati nazione. In Turchia è un fatto ampiamente documentato che un bambino su quattro frequenta la scuola senza aver mangiato. Inoltre, sappiamo che molte madri sono costrette a raccogliere i rifiuti per garantire ai propri figli una qualche forma di alimentazione. È evidente che le risorse finanziarie stanziate dal governo dell’AKP per scopi militari superano di gran lunga quelle disponibili per donne, bambini, istruzione e sanità. In questo contesto vanno considerati gli sforzi dei rappresentanti curdi, fermamente impegnati per ottenere una pace onorevole. Nella guerra in corso a Gaza, migliaia di donne e bambini perdono la vita e sono sottoposti a violenza sessuale, psicologica e fisica — anche da parte di operatori di organizzazioni umanitarie sostenute dallo Stato. In Kenya, le donne che hanno difficoltà a soddisfare i loro bisogni più elementari, come bere acqua e cibo, subiscono aggressioni sessuali. In Abya Yala, anche se ufficialmente non si chiama guerra, le donne sono sottoposte ad attacchi equivalenti a quelli del tempo di guerra. Tutto questo dimostra che l’esistenza, il lavoro e il sostentamento delle donne sono diventati obiettivi della lotta per il potere condotta dal dominio maschile. I disastri vissuti dai lavoratori, dalle persone oppresse, dalle donne e dai bambini sono il risultato di un sistema dominato dagli uomini. “La resistenza alla guerra” abbraccia quindi tutti gli aspetti della vita e del lavoro umano — esistenza, bambini, natura, aria, acqua e futuro. La loro difesa è fondamentale. Come dice il popolo sudanese, che è stato sfollato e di cui sono state assassinate decine di migliaia di persone: “Non importa quale parte vinca, noi abbiamo perso. Questa guerra non è la nostra guerra”.

Su questa base si rafforza e si organizza la partecipazione al processo per una “Pace e Società Democratica” avviato dal leader Abdullah Öcalan. Questo offre una soluzione a molte delle crisi in Medio Oriente e nel mondo, soprattutto in Kurdistan e Turchia. La proposta di Abdullah Öcalan eliminerà anche i mezzi di sostentamento dei profittatori di guerra, delle bande e delle strutture mafiose che traggono vantaggio dalla guerra e dalla violenza.

La soluzione a queste crisi sta nella costruzione di un paradigma democratico, ecologico e di liberazione delle donne.

In nome dell’amore, dobbiamo impedire il massacro delle anime e dei corpi delle donne.

I dati mostrano che le donne vengono spesso ingannate, sfruttate, umiliate, picchiate e uccise da uomini che affermano di amarle. Noi donne dobbiamo affrontare e combattere seriamente questa realtà — le bugie e la violenza che gli uomini portano avanti in nome dell’amore. È fondamentale lavorare a politiche che lavorino per prevenire la violenza sia fisica sia emotiva e stabilire degli standard che regolino le relazioni.

Su questa base, noi donne dovremmo difendere i nostri diritti in modo più ampio il 25 novembre, lavorare per creare i nostri standard e riconoscere che gli uomini che cercano di dominarci non meritano nemmeno un saluto da parte nostra. Dobbiamo far rispettare questi standard ovunque e in ogni momento della nostra vita in relazione al sistema dominato dagli uomini. Se è vero che un uomo che non sa parlare con una donna non può essere un socialista dimostra che lo standard di un essere umano include il modo in cui ci si avvicina alle donne. Dobbiamo quindi elaborare degli standard riguardo a quale uomo consideriamo amico o compagno, chi salutiamo e da chi prendiamo le distanze. Dobbiamo far sì che gli uomini rispettino e accettino questi standard. Soprattutto, in nome dell’amore, dobbiamo fermare il massacro delle anime e dei corpi delle donne.

Contro la violenza del sistema dominato dagli uomini organizziamoci con lo slogan: “La comune mantiene viva la vita” e scendiamo in piazza!

L’organizzazione e la creazione di comuni sono le forme più basilari di autodifesa — e le più pesantemente attaccate dal sistema dominato dagli uomini. Pertanto, nessuna donna dovrebbe rimanere disorganizzata o sola. Nei campus, nei luoghi di lavoro, nei campi agricoli, nei quartieri e nei villaggi, nessuna donna dovrebbe sentirsi sola. Dovrebbe far parte di una comunità in cui può esprimersi e proteggersi. L’esistenza della società si esprime nella comunità. È il suo nucleo e contiene libertà e uguaglianza. È di natura democratica. Su questa base, le donne dovrebbero riunirsi per riflettere sulle loro esigenze in materia di alfabetizzazione, comunicazione, sport, arte, economia, cultura, ecologia, difesa e in molti altri campi. Ogni casa può diventare una comune. In questo modo le donne possono discutere che tipo di uomo, padre, fratello o amico desiderano e stabilire degli standard su come gli uomini possono approcciarsi a loro. Per distruggere i forti legami storici tra le donne, il sistema dominato dagli uomini isola le donne raccontando la menzogna che due donne non possono essere unite. Attacca ovunque le donne isolate e le uccide. Solo organizzando le comunità potremo superare questo problema e costruire modi alternativi per vivere.

Il 25 novembre, vogliamo svolgere un lavoro di sensibilizzazione e di educazione a livello di mobilitazione!

Vogliamo riempire le strade e le piazze con la nostra lotta contro la violenza! Vogliamo raggiungere soprattutto le donne e le giovani che percepiscono la violenza solo nella sua forma fisica ma non riescono a cogliere o nominare la violenza economica, psicologica ed ecologica che subiscono.

Vogliamo raggiungere quartieri, scuole, università, luoghi di lavoro e villaggi! Dobbiamo sensibilizzare e organizzarci, soprattutto tra le donne ma anche tra le giovani e tutti i membri della società!

È necessario che gli uomini capiscano che il problema della violenza è fondamentalmente un problema di predominio maschile. Dobbiamo discuterne di più ed educare, trasformare e cambiare gli uomini di conseguenza. Nei seminari, nei dibattiti e in eventi simili possiamo discutere di argomenti quali le donne socialiste, gli uomini socialisti, le famiglie socialiste e le libere unioni. Questi ambiti di discussione possono sviluppare standard per una vita libera.

Su questa base, noi come KJK invitiamo tutte le donne del mondo — in particolare le donne del Kurdistan e del Medio Oriente — a denunciare la violenza dello Stato patriarcale e a rafforzare il loro lavoro organizzativo, educativo e di sensibilizzazione nel quadro della campagna del 25 novembre.

Come dicono le donne afghane: “Questo periodo buio fa risplendere ancora di più la luce delle donne. La resistenza delle donne ha dimostrato sia in Rojava sia in Afghanistan che il nemico può essere sconfitto. Ancora una volta, è chiaro che non ci sono ostacoli insormontabili quando le donne stanno fianco a fianco”.

Restiamo fianco a fianco e costruiamo una vita libera e dignitosa!

Organizziamoci ovunque contro la violenza, perché “la comunità viva”!

KJK

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