Comunicato di Rete Jin Milano in vista del 25 novembre 2024
Il 23 novembre 2024 Roma verrà attraversata dalla marea transfemminista di Non una di meno, i corpi delle soggettività dissidenti che si oppongono alla violenza di genere scenderanno nelle strade della capitale per denunciare un sistema le cui maglie soffocanti cercano di spezzare le nostre vite all’insegna della violenza patriarcale.
Forti di questa onda, anche a Milano un corteo attraverserà le strade cittadine: ci troveremo lunedì 25 novembre alle 18.30 in piazza Oberdan.
In Italia ogni 72 ore una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente a compiere il delitto è il suo partner, e le violenze omolesbobitransfobiche continuano a segnare i corpi della comunità queer; quello a cui assistiamo quotidianamente è una narrazione distorta e fuorviante da parte della stampa dove una sovrastruttura sorregge l’informazione di genere e la narrazione della violenza, una comunicazione in cui gli episodi di femminicidio vengono romanzati e attribuiti a dei raptus, dove leggiamo di “giganti buoni” o di speculazioni sul colore della pelle o circa la classe sociale di chi compie la violenza. Eppure siamo profondamente consapevoli che a caratterizzare la violenza non è un passaporto in particolare, l’etnia, il livello di istruzione ma l’adesione al modello patriarcale e la riproduzione delle svariate forme di violenza: molestie, stalking, violenza domestica, economica, psicologica, sessuale, fino ad arrivare al femminicidio.
La violenza di genere è un fenomeno antico e radicato su cui la modernità capitalista ha gettato le proprie basi per riprodurre un sistema in cui il privilegio e l’oppressione maschile possano mantenersi illesi. Storicamente i ruoli di genere e la cristallizzazione degli stereotipi che ne sono derivati hanno prodotto una gerarchia tra gli status di uomo e donna producendo il sistema sociale in cui viviamo oggi; l’origine dei nostri gravi problemi sociali va ricercata nelle società patriarcali diventate simili a culti, ovvero trasformate in religione attorno all’uomo forte sono le parole di Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nella prigione-isola di Imrali, in Turchia.
Le nostre società odierne hanno mantenuto questo assetto: difatti, il privilegio maschile, garantito da tutte quelle strutture di discriminazione e oppressione patriarcale che si sono radicate nei secoli, risulta ancora evidente e il predominio maschile è ancora molto radicato nella nostra società; la discriminazione e le consuetudini culturali influenzano, ad esempio, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, ma anche le differenze di retribuzione a parità di impiego, o la partecipazione in ambito politico. Al tempo stesso la rigidità dei ruoli di genere ha effetti negativi sugli uomini, soggetti che replicano modelli di mascolinità tossica. È proprio dalla cultura patriarcale, basata sulla prevaricazione di una categoria sociale a scapito dell’altra e su una rigida interpretazione dei ruoli di genere e dei relativi comportamenti, che la violenza maschile contro le donne ha origine e si alimenta.
In tutto il mondo il corpo delle donne e delle soggettività oppresse è continuamente sotto l’attacco di violenze, torture, massacri; nella guerra la violenza di genere è ancora un’arma di oppressione; i nostri corpi continuano a costruire i confini di veri e propri campi di battaglia anche, e soprattutto, nei conflitti che stanno sconvolgendo il Medio Oriente, la striscia di Gaza, l’Ucraina, il Libano, lo Yemen, l’Afghanistan, l’Iran, le amministrazioni autonome della Siria del Nord-est, il Sudan, il Congo, la Nigeria, l’Etiopia, l’India. Quello a cui assistiamo è, nel quadro storico e sociale della terza guerra mondiale in corso, il perpetrare di violenze atte a distruggere l’autonomia delle donne e delle soggettività oppresse, la democrazia e la libera espressione dei popoli, i territori naturali e la cura della terra, dinamiche alimentate e sostenute dalla sete di potere e da un nazionalismo spietato. A questa guerra permanente, in cui il fenomeno della violenza è perennemente in crescita, riconosciamo il valore di una lotta di autodifesa, organizzata, in cui l’autonomia delle donne e delle categorie oppresse possa opporsi al maschilismo, al nazionalismo, al sessismo, al genocidio.
Dobbiamo praticare la solidarietà e l’organizzazione, sostenere la difesa per la libertà di chi, come Maysoon Majidi, viene colpita dalla repressione di uno stato oppressore e accusata ingiustamente di essere una scafista: accusata perché donna, attivista per i diritti umani, in cammino per la liberazione delle donne iraniane e del popolo curdo dai pregiudizi e dai fondamentalismi.
Dobbiamo lottare perchè la storia di Giulia Cecchettin continui a vibrare in ogni manifestazione e in grido di lotta, affinchè nessuna donna, come Elena Cecchettin, venga privata della vita della propria sorella.
Dobbiamo lottare affinchè la memoria di Jina Amini possa continuare ad alimentare il fuoco della nostra rabbia, affinchè nessuna donna venga più torturata, picchiata, seviziata per via di leggi “morali” patriarcali e violente.
Dobbiamo lottare perchè i popoli oppressi possano tornare a riappropriarsi dei territori in cui vivono e coltivano le proprie esistenze e relazioni, territori sconvolti dagli effetti del cambiamento climatico e da un una guerra permanente a bassa intensità che sfocia in fenomeni di ecocidio, come nel caso della Turchia nei confronti dei curdi nel nord-est della Siria.
Tra il 5 ottobre 2023 e il 15 gennaio 2024, mentre gli occhi del mondo erano rivolti a Gaza, le forze aeree turche hanno effettuato 650 attacchi aerei contro 250 siti nel territorio della DAANES. Con una media di sei attacchi al giorno, Make Rojava Green Again (MRGA) descrive la campagna come “la peggiore escalation dal 2019”
Gli attacchi devastano le terre, inquinano l’aria e il suolo, danneggiano i campi coltivati: reprimono l’autonomia, la libertà e l’autodeterminazione dei popoli.
Lottiamo e continuiamo a gridare che i corpi e i territori non sono luoghi di conquista, rispondendo alle tante crisi del nostro tempo con pratiche e principi di democrazia comunitaria, autogestione, cura del territorio e autodifesa.
Da 32 anni in Kurdistan esiste un esercito femminile di autodifesa YJA Star e la creazione, da parte delle donne, del proprio esercito autonomo non è una questione di ordine militare, bensì politica ed ideologica. Secondo la teoria della rosa ogni rosa ha una bellezza che protegge attraverso le sue spine: ogni donna è come una rosa e l’uomo dominante cerca di sfruttare la loro bellezza per privarle dei loro meccanismi di autodifesa; l’autodifesa diviene quindi un principio fondamentale su cui basare la propria organizzazione e lotta, per proteggere e difendere l’esistenza, senza attaccare o colonizzare territori, corpi e altre forme del vivente. Autodifesa e autorganizzazione assumono un ruolo fondamentale nella formazione ideologica del movimento delle donne curde: la resistenza delle donne trova una soluzione pratica nel principio dell’autodifesa per creare spazi di autonomia in tutti i settori della vita. Non c’è salvezza senza lotta e non c’è lotta senza autodifesa: il grido Jin Jiyan Azadi vuole riunire tutte coloro che nel mondo si oppongono alla violenza di genere, allo stato e alla cultura maschile e sessista, al colonialismo, al fascismo, al nazionalismo.
Il grido di Jin Jiyan Azadi vuole ricordare la vita e l’esempio di tuttə coloro che sono cadutə martiri per la libertà di tuttə noi, contro la cultura della violenza e per una vita libera assieme.
19 novembre 2024, Rete Jin Milano

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